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Sardegna e Migranti: un convegno chiarisce politiche e proposte

Sardegna e Migranti: un convegno chiarisce politiche e proposte

Non è certo facile far interagire le politiche europee con le proposte delle realtà locali. Esponenti delle istituzioni e rappresentati degli operatori sul territorio ne hanno parlato a Cagliari il 20 dicembre 2016, in un interessante convegno dal titolo “La Sardegna e i migranti” organizzato da Europe Direct.

In Italia quest’anno sono arrivati circa 179.000 migranti, dei quali 5434 trasferiti in Sardegna (dato aggiornato al 16/12/2016). Le nazionalità che fanno richiesta per i vari riconoscimenti sono prevalentemente Nigeria, Bangladesh, Gambia, Senegal, Mali, Pakistan, Ghana, Costa d’Avorio, Guinea, Ucraina, Algeria, Marocco, Somalia ed Eritrea. Gli sbarchi oggi coinvolgono di fatto cinque Regioni italiane: Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Sardegna. Le richieste vengono vagliata da apposite commissioni territoriali e, in caso di ricorso, dalla giurisdizione ordinaria: con tempi minimi di 2-3 anni per ottenere un verdetto definitivo.

In base al piano nazionale sull’accoglienza dei migranti del luglio 2014, elaborato d’intesa tra Governo, Regioni e Enti Locali, alla Sardegna spettano il 2,96% della quota nazionale. Perchè questa percentuale? Perchè è calcolata sulla base della popolazione.

Solo al 4% dei migranti viene oggi riconosciuto lo status di ‘rifugiato’ da parte della Commissione territoriale competente , mentre un altro 25% riceve una protezione sussidiaria. Il resto sono migranti economici, che partono sperando di migliorare la propria condizione di vita.

La protezione sussidiaria si ha quando non si riesce a dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma comunque si ritengono reali i rischi di subire un danno grave (tortura, condanna a morte, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio paese. Al titolare dello “status di protezione sussidiaria” la Questura rilascia un permesso di soggiorno con motivo “protezione sussidiaria”.

Qual’è la nazionalità di chi sbarca direttamente in Sardegna? Per lo più algerini (attraverso barche assai potenti o lasciati da altre navi): questi vengono di norma respinti perchè non provengono da un’area con particolari criticità.

La prima accoglienza dei migranti che vengono trasferiti in Sardegna spetta alla prefettura. Dopo i controlli effettuati al porto di Cagliari (su strutture non fisse) da forze dell’ordine, operatori sanitari e dai volontari, i migranti sono trasferiti nei CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria (oggi ne esistono 123 in Sardegna). Le strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata.

Le strutture di seconda accoglienza, SPRAR, non funzionano. Si tratta di progetti volti a integrare il migrante nella nostra società, dando a loro gli strumenti per potersi emancipare (alfabetizzazione, orientamento, formazione, etc.). Chi fa parte di un progetto SPRAR viene iscritto nelle liste anagrafiche del comune e diventa cittadino a tutti gli effetti (con diritto ai servizi sociali).

Ma c’è molta resistenza, gli enti locali non hanno risorse e hanno paura che ciò abbia ripercussioni sul proprio elettorato e che si traduca, sostanzialmente, in una guerra tra poveri.

Quante sono le strutture SPRAR in Sardegna? Appena tre, diventate 9, per un totale complessivo di 111 posti. I primi tre progetti: ‘Emilio Lussu‘ gestito da Associazione Cooperazione e Confronto/La Collina con la Provincia di Cagliari, il progetto ‘San Fulgenzio‘ della Caritas San Saturnino Fondazione Onlus a Quartu Sant’Elena, e ‘Terra dell’uomo‘ di Gus-Gruppo Umano Solidarietà a Villasimius. A questi si sono aggiunti gli SPRAR dei comuni di San Gavino, Alghero, Capoterra, Porto Torres, Iglesias, Uta, Sini. Un totale complessivo di 111 posti per persone, che partecipano a un vero programma di inserimento sociale, tra corsi di lingua italiana, tirocini, formazione e orientamento.

Secondo il nuovo modello SPRAR definito dall’ANCI (associazione dei comuni) si richiede che questi progetti siano definiti da domande a sportello (e non in base a bandi a termine), coperti per il 95% da finanziamento da parte del Fondo nazionale per le politiche ed i servizi dell’asilo (Fnpsa), e per il 5% dall’ente locale. Inoltre, 6 mesi per predisporre dei progetti sono pochi, ci si dovrebbe rivolgere a un arco temporale almeno di 3 anni. Sarebbe anche auspicabile che i comuni che vogliano attivare un SPRAR siano esonerati dalla prima accoglienza dei CAS.

Grossi problemi si riscontrano in Sardegna nella prima accoglienza dei minori, rispetto ad altre Regioni (con centri molto più popolati e strutturati). I progetto sono più complessi e i bandi, che peopongono l’erogazione di 45 euro a minore, vanno spesso deserti, in quanto cooperative e associazioni non riescono a far quadrare le spese.

Cosa fare? L’Europa e la politica devono fornire risposte nuove e più adeguate, a partire dalla modifica Convenzione firmata dagli stati dell’Unione europea a Dublino nel 1990 sull’accoglienza dei rifugiati, che afferma che è lo Stato in cui il rifugiato mette piede a farsi carico della domanda e dell’accoglienza. Nel settembre le 2015 si è in effetti arrivati a una deroga, decidendo per una distribuzione diversa, ma alcuni Stati europei non vogliono partecipare.

Cultura dell’intolleranza anche in Sardegna?

Si avverte un certo malessere anche in Sardegna, davanti a imponenti flussi migratori. Eppure un equa suddivisione tra i 377 comuni sardi non creerebbe grossi problemi e anzi stimolerebbe la proverbiale ospitalità di questa Regione. Invece, si registrano fenomenti di intolleranza, anche verso immigrati che lavorano qui da anni e che magari hanno anche acquistato la cittadinanza. Il problema è che gli enti locali non hanno molte risorse e non possono sottrarle al welfare. Né si può pensare di utilizzare per la gestione dei migranti gli strumenti ordinari, giacchè si tratta di una situazione eccezionale, il rischio è di peggiorare le cose. Gli amministratori comunali devono pensare al voto e hanno spesso timore di inserire nei loro programmi politiche a favore degli immigrati.

Si avverte un timore: la cultura dell’intolleranza e le razzismo (alcuni fatti di cronaca lo dimostrano) va diffondendosi; e i discorsi dei padri vengono sentiti e quindi trasferiti anche ai figli. La connotazione di popolo sardo ospitale viene minata. Siamo di fronte a una situazione nuova, una multiculturalità che forse ci si è presentata troppo velocemente.

Il migrante quasi mai è partito per rimanere in Sardegna, sicuramente ha aspettative ben diverse da quelle di rimanere in delle strutture temporanee per anni, senza lavorare e senza spedire soldi alla propia famiglia. In questi anni infatti tantissimi sono andati via facendo perdere le proprie tracce. Ma se vogliono rimanere dobbiamo permettere loro di integrarsi e avere anche opportunità lavorative, in una società come la nostra sempre più anziana.

L’integrazione e la costruzione di una società multiculturale può solo fare bene e si può tradurre anche in nuovi posti di lavoro: pensiamo alle nuove professionalità e agli operatori coinvolti. Confidando anche in nuove politiche europeee che definiscano meglio l’immigrazione e che siano più solidali con gli Stati membri.

Chi è l'autore

Laurea in Scienze Politiche. Ideatore del sito Stranieri.online

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