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L’iter giuridico per il riconoscimento dello status di rifugiato

L’iter giuridico per il riconoscimento dello status di rifugiato

Flussi di migliaia di migranti arrivano incessatamente in Italia. Per tutti il motivo principale è quello di una vita migliore. Ma per poter rimanere nel nostro Paese, la strada è quella di una domanda di riconoscimento dello status di rifugiato: legittima solo quando si ha il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica.

Cosa fare per vedersi riconosciuto questo status? Rivolgersi alla Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale: composte da 4 membri di cui due appartenenti al ministero dell’Interno, un rappresentante del sistema delle autonomie e un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. All’audizione del richiedente asilo partecipa anche un interprete.

Le Commissioni territoriali istituite sono dieci, oltre alla Commissione Nazionale che ha compiti essenzialmente di indirizzo e coordinamento, ma anche l’esame per i casi di cessazione e revoca degli status concessi.

Se la Commissione territoriale riconosce lo status di rifugiato rilascia un provvedimento che permetterà al richiedente di ritirare in Questura il permesso di soggiorno per asilo, della durata di 5 anni e rinnovabile ad ogni scadenza.

La Commissione può anche non riconoscere lo status di rifugiato ma concedere la protezione sussidiaria: si ritiene cioè che sussista un rischio effettivo di un grave danno in caso di rientro nel Paese d’origine. In questo caso, la Commissione informa il richiedente che può ritirare il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria negli uffici della Questura, della durata di 3 anni ed è rinnovabile ad ogni scadenza, dopo che la Commissione Territoriale abbia rivalutato il caso, talvolta anche senza una nuova audizione. Il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria può anche essere convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Esiste anche un terso caso. La Commissione non riconosce lo status di rifugiato, ma ritiene che sussistano gravi motivi di carattere umanitario e, pertanto, chiede alla Questura che venga dato al richiedente un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Infine, il caso più probabile, stando ai dati: la Commissione non riconosce lo status di rifugiato oppure rigetta la domanda per manifesta infondatezza.

In caso di esito negativo dell’esame innanzi alla Commissione territoriale al richiedente viene consegnato un provvedimento di diniego della domanda di protezione con indicati i mezzi di impugnazione. Il ricorso avverso la decisione della Commissione deve essere presentato entro 15 giorni dalla data di notifica del provvedimento innanzi al Tribunale del capoluogo di distretto di Corte di appello dove ha sede il Cara o il Cie. Il termine di presentazione diventa di 30 giorni per i richiedenti asilo che non sono stati né accolti in un Cara né trattenuti in un Cie e il ricorso deve essere presentato innanzi al Tribunale del capoluogo di distretto di Corte di appello dove ha sede la Commissione territoriale.

Il ricorso non ha effetto sospensivo immediato, ad eccezione di coloro che si trovano in un Cara per verificare l’identità e la nazionalità e i richiedenti non soggetti a trattenimento o accoglienza. Il migrante dovrebbe essere espulso in attesa di giudizio: ecco perchè contestualmente viene richiesta al Giudice un’apposita autorizzazione a permanere sul territorio nazionale al fine di poter attendere in Italia l’esito le ricorso.
Il Giudice accoglie o rifiuta con ordinanza la richiesta di permanenza in Italia in attesa di giudizio nei 5 giorni successivi, nel frattempo il richiedente attende ospitato all’interno del Cara o del Cie. In caso di accoglimento dell’istanza al richiedente verrà rilasciato un permesso di soggiorno per richiesta asilo di tre mesi e potrà beneficiare delle misure di accoglienza. Il Tribunale decide nel merito entro tre mesi con sentenza. In attesa della decisione del Tribunale il richiedente può svolgere attività lavorativa come ribadito dalla nota del Ministero dell’Interno del 13 luglio 2010.

Avverso la sentenza di primo grado si può proporre ricorso alla Corte d’appello entro 10 giorni dalla notifica o comunicazione della sentenza. La decisione deve essere adottata entro tre mesi. Avverso la sentenza di secondo grado è possibile proporre ricorso in Cassazione entro 30 giorni dalla notifica della sentenza. Il ricorrente è ammesso – come previsto all’articolo 16 del d.lgs. 25/2008 – al gratuito patrocinio.

Alla fine potrebbe esserci un provvedimento di diniego: la Questura consegna un provvedimento di espulsione (che conterrà l’invito a lasciare il territorio in 15 giorni solo nei casi in cui è stato rilasciato un precedente permesso di soggiorno per richiesta asilo). Il ricorso avverso il provvedimento di espulsione deve essere presentato al Giudice di pace territorialmente competente in 60 giorni. Se l’espulsione contiene l’invito a lasciare il territorio in 15 giorni il ricorso deve essere presentato al Tribunale Amministrativo Regionale competente entro 60 giorni. Il ricorrente è ammesso al gratuito patrocinio.

Nel 2016 c’è stato un boom di richieste dʼasilo: +36%. Ma anche dei ricorsi in caso di bocciatura della domanda: +300%.

Secondo i dati del ministero della Giustizia su migranti e procedure d’asilo, dal 1° gennaio all’11 marzo 2016 le richieste di asilo erano state 18.552 (+36,53% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) e le decisioni delle Commissioni territoriali sono state 18.417 (+134,61%), con i seguenti esiti: 629 status di rifugiato (3%), 2.106 status di protezione sussidiaria (11%), 3.491 trasmissione degli atti al Questore per rilascio del permesso umanitario (19%), 11.216 non riconosciuti (62%), 967 irreperibili (5%) e 8 altri esiti.

Dal deposito del ricorso, fino all’esito dell’ultimo grado di giudizio in Cassazione, trascorrono diversi anni. Mesi in cui gli extracomunitari sono liberi di rimanere sul territorio e hanno diritto all’accoglienza.

A motivo di queste lungaggini il ministero dell’Interno e il ministero della Giustizia stanno studiando un pacchetto congiunto che prevede la soppressione dell’appello: secondo questo disegno di legge (ddl) le decisioni relative al riconoscimento di protezione internazionale passeranno prima dalle commissioni territoriali, che saranno tenute a fare una videoregistrazione dei colloqui effettuati con i migranti. In caso di diniego, è prevista la possibilità di portare la questione di fronte al giudice e il Tribunale deciderà con decreto, rigettando il ricorso o riconoscendo lo status di rifugiato. Ma «il decreto non è reclamabile», si legge nel ddl: la fase d’appello è eliminata. Il testo prevede che si possa fare ricorso solo per Cassazione e che la Corte decida entro 6 mesi.

Chi è l'autore

Laurea in Scienze Politiche. Ideatore del sito Stranieri.online

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